Per tantissimo tempo ho pensato che essere una persona organizzata fosse automaticamente una cosa positiva.
Agenda piena? Bene. Giornate produttive? Bene. Sempre impegnata, sempre presente, sempre in movimento? Ancora meglio.
Mi piace avere progetti, idee, piani. Mi piace sentirmi attiva, costruire qualcosa, riempire le giornate di cose che mi fanno sentire viva.
Il problema è che a un certo punto ho iniziato a riempirle troppo. E la cosa più difficile che sto imparando ultimamente non è fare di più. È capire che non posso fare tutto. Perché a fine settimana arrivavo esausta e completamente priva di energie.
L’illusione di riuscire a incastrare tutto
Ci convinciamo continuamente che con abbastanza organizzazione sia possibile gestire qualsiasi cosa.
Lavoro. Allenamenti. Amici. Viaggi. Tempo per noi stessi. Contenuti. Rispondere ai messaggi. Mangiare bene. Dormire abbastanza. Leggere di più. Essere presenti. Essere produttivi. Essere sereni anche, già che ci siamo.
Come se bastasse comprare un’agenda nuova per diventare improvvisamente esseri umani perfettamente equilibrati. Io ci provo continuamente.
Faccio liste (anche se da queste mi sto disintossicando), calendario, note sul telefono, reminder che ormai parlano con me più di certe persone. Eppure ci sono giorni in cui arrivo a sera con la sensazione di aver rincorso tutto senza riuscire davvero a vivere niente.
La stanchezza che non si vede
C’è un tipo di stanchezza strana che non dipende solo dalle ore di sonno. È quella mentale che forse è anche peggio. Quella di avere sempre qualcosa da fare, pensare, organizzare, migliorare.
Perché anche quando ti fermi, in realtà non ti stai fermando davvero. Stai semplicemente facendo la lista mentale delle prossime dieci cose.
E il problema è che questa modalità diventa normale. Ti abitui a vivere sempre leggermente in apnea. Sempre un po’ in ritardo rispetto alla tua stessa vita.
Sto imparando a scegliere
Ultimamente sto cercando di fare una cosa che per me è difficilissima: scegliere cosa lasciare indietro. Non solo cosa fare. Ma anche cosa non fare.
Accettare che alcune settimane non riuscirò a essere presente ovunque. Che certe volte dovrò rimandare qualcosa. Che non posso dare il 100% a tutto contemporaneamente senza svuotarmi completamente.
E soprattutto sto cercando di smettere di associare il mio valore alla quantità di cose che riesco a gestire. Perché essere sempre occupati non significa automaticamente stare costruendo una vita bella.
Il tempo vuoto mi mette ancora a disagio
Questa forse è la parte più onesta. Io il tempo vuoto non lo so gestire benissimo.
Se ho un pomeriggio libero sento subito il bisogno di riempirlo con qualcosa di utile. Sistemare. Organizzare. Ottimizzare. Come se rallentare fosse una specie di lusso da meritarsi.
E invece penso che sto proprio imparando questo: che riposare non è tempo perso. Che annoiarsi ogni tanto fa bene. Che non devo trasformare ogni momento libero in una performance.
Anche se il mio cervello ogni tanto continua a comportarsi come un manager stressato in riunione permanente.
Forse non devo dimostrare niente
Ci penso spesso ultimamente.
Al fatto che forse molte delle cose che faccio nascono anche dal bisogno di sentirmi abbastanza. Abbastanza produttiva, abbastanza interessante, abbastanza “avanti”. O almeno era così fino a circa un anno fa, ora sto lavorando molto su me stessa.
E allora accumulo: esperienze, impegni, obiettivi, aspettative.
Ma più cresco e più mi accorgo che le persone che ammiro davvero non sono quelle che fanno tutto. Sono quelle che sembrano presenti nella propria vita. Lucide. Tranquille. Vive davvero dentro quello che stanno facendo. Ed è una cosa molto diversa.
Sto ancora imparando
E probabilmente continuerò ancora per un po’.
Continuerò a fare liste, a voler controllare tutto, a riempire troppo certe giornate. Fa parte di me. Ma sto anche capendo che non è essenziale.
Però forse sto iniziando a capire che una vita piena non deve per forza essere una vita sovraccarica.
E che lasciare spazio non significa fallire. Significa respirare un po’ meglio.