Sogni di viaggio e buoni propositi

Cose che pensavo di voler fare entro i 30 anni

0 Shares
0
0
0

A diciotto anni avevo tutto molto chiaro, o almeno così credevo. Sarei diventata una super manager, di quelle con l’agenda sempre piena e la valigia pronta sotto la scrivania, in viaggio tra un meeting e l’altro con lo stesso disinvolto tailleur addosso in tre fusi orari diversi. Sarei vissuta a New York, ovviamente, perché a diciotto anni New York non è una città, è un simbolo, la prova visiva che ce l’hai fatta. Avevo persino un’idea abbastanza precisa di che ufficio avrei avuto, con vista su un grattacielo qualunque, come se l’avessi già vissuto in anticipo guardando troppi film.

Non servono grandi produzioni. Bastano poche occasioni, scelte bene, ripetute quanto basta da diventare quasi un rito.

La super manager che sarei dovuta diventare

A ventidue, quella stessa sicurezza aveva semplicemente cambiato forma. La manager con la valigia era scomparsa, sostituita da un’immagine più tranquilla e ugualmente convinta di sé: matrimonio entro pochi anni, una famiglia da costruire, la vita che si sistema secondo un copione che pensavo di conoscere a memoria solo perché lo avevo visto fare a tutti quelli intorno a me. Non me lo ero neanche chiesta davvero, se fosse ciò che volevo. Era semplicemente la tappa successiva, quella scontata.

Il biglietto che ha cambiato il copione

E poi a venticinque anni con un battito di ciglia tutto è cambiato. Ho comprato un biglietto di sola andata per il Messico.

Non ricordo di aver preso quella decisione con particolare solennità. Nessuna epifania da film, nessun momento di crisi plateale solo la sensazione, sempre più insistente, che il copione che stavo per seguire non fosse esattamente scritto per me. Il biglietto di sola andata è stato il primo gesto davvero mio, il primo in cui non stavo rispondendo a un’aspettativa ma a una domanda che, in fondo, non mi ero mai fatta seriamente: e se invece?

Da lì è cambiato tutto, ma non nel modo spettacolare che forse racconterei se dovessi renderla una bella storia da vendere. È cambiato lentamente, un paese dopo l’altro, un contratto freelance dopo l’altro, finché “viaggiare” non è più stata una parentesi tra un lavoro fisso e l’altro, ma la struttura stessa della mia vita. Sono diventata nomade digitale quasi senza accorgermene nel senso che non l’ho deciso a tavolino, l’ho semplicemente continuato a fare finché non ho realizzato che ormai era quello, il mio modo di vivere.

Con il senno di poi, mi fa quasi tenerezza quella ventenne convinta di sapere esattamente come sarebbe stata la sua vita a trent’anni. Non aveva tutti i torti, in realtà: ho viaggiato, e parecchio solo non nel modo in cui se l’era immaginato lei, con il tailleur e l’ufficio con vista. E anche la venticinquenne che sognava famiglia e stabilità non aveva completamente torto: solo che la stabilità, ho scoperto, non è per forza una casa con giardino entro una data prestabilita. A volte è molto più semplice, e arriva quando meno te la aspetti, nella forma che meno avresti previsto.

Tornare alla stabilità, ma con occhi diversi

Perché oggi, proprio mentre scrivo questo pezzo che dovrebbe parlare di sogni disattesi, sto pensando di chiudere la mia partita IVA e ho firmato un contratto fisso. E la cosa più strana è che non lo vivo come una sconfitta, come il ritorno a quel copione che a venticinque anni avevo lasciato a metà. Lo vivo come una scelta fatta con la consapevolezza che allora non avevo perché ora so cosa significa davvero vivere senza rete, e scelgo la stabilità sapendo esattamente cosa sto scegliendo, non perché è quello che “si fa”.

Sogni miei, sogni presi in prestito

Forse è questo il punto vero di guardarsi indietro verso i sogni a vent’anni, a venticinque, alle porte dei trenta: non tanto scoprire quanti se ne sono avverati, quanto capire quanti erano davvero miei, e quanti invece li avevo presi in prestito da qualcun altro senza nemmeno accorgermene. La super manager a New York era un sogno preso in prestito da un film. Il matrimonio entro una certa età era un sogno preso in prestito dalle aspettative di chi mi stava intorno. Il biglietto di sola andata per il Messico, quello, era finalmente mio.

Non so ancora dove sarò tra cinque anni, e per la prima volta questa incertezza non mi spaventa come mi avrebbe spaventata a venticinque. Ho imparato che i sogni cambiano forma, e che va bene così anzi, forse è proprio la prova che stiamo davvero vivendo, e non semplicemente eseguendo un piano scritto da qualcun altro molto prima di noi.

E tu, quali sogni “da grande” hai lasciato per strada e cosa hai scoperto al loro posto?

0 Shares
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You May Also Like
Sono Tornata

Buongiorno, sono tornata…

Finalmente sono tornata! Qui sul blog, non a casa, cosa avete capito?! Sì, lo so, è passato un po' di tempo dall'ultima volta che ho aggiornato questo spazio, ma mi sono promessa di tornare a scrivere qui per questo 2024!
Solitudine

Viaggiare da soli vuol dire solitudine?

Questa è una delle cose che la maggior parte delle persone mi chiede da quando ho iniziato a viaggiare in solitaria… “Ma non ti senti sola a viaggiare per il mondo senza avere amici o familiari con te o vicini a te?” La risposta è qualche volta…
Insicurezze

Superare le proprie insicurezze

Quando 4 anni fa sono partita, lasciando tutto, verso una nuova esperienza, ho ricevuto un sacco di complimenti ed esclamazioni di sorpresa da parte dei miei amici.