Per molto tempo ho pensato che crescere fosse una questione di certezze.
Da bambina osservavo gli adulti con una specie di ammirazione silenziosa. Mi sembravano persone che avevano trovato il loro posto nel mondo, che sapevano prendere decisioni senza esitazioni e affrontare i problemi con una calma che, ai miei occhi, aveva quasi qualcosa di magico.
Ero convinta che, arrivata a una certa età, sarebbe successo anche a me. Che ci fosse un momento preciso, una linea invisibile oltre la quale avrei finalmente capito chi volevo essere, dove volevo vivere e quale direzione dare alla mia vita.
Poi gli anni sono passati. E quella linea non l’ho mai trovata.
Ho scoperto, invece, che crescere non significa avere meno domande. Significa imparare a convivere con quelle nuove. E spesso a farsene ancora di più.
Pensavo che la sicurezza fosse un punto d'arrivo
Per tanto tempo ho immaginato la serenità come una destinazione. Pensavo che, una volta raggiunto il lavoro giusto, la città giusta o gli obiettivi che mi ero prefissata, tutto avrebbe iniziato a incastrarsi da solo.
Mi vedevo come una versione futura di me stessa che avrebbe finalmente smesso di dubitare, di cambiare idea, di chiedersi se stesse prendendo la strada giusta.
La realtà è stata molto diversa.
Ogni traguardo raggiunto ha aperto una domanda nuova. Ogni decisione importante mi ha costretta a rimettere in discussione qualcosa che, fino a poco prima, sembrava una certezza. E all’inizio questa cosa mi spaventava.
Avevo la sensazione di non essere abbastanza sicura, abbastanza decisa, abbastanza adulta. Oggi, invece, mi chiedo se non sia proprio il contrario.
Le domande cambiano insieme a noi
Ci sono interrogativi che appartengono a una fase precisa della vita e altri che continuano a trasformarsi con noi.
A vent’anni mi chiedevo quale lavoro avrei fatto, se sarei riuscita a viaggiare quanto desideravo e se avrei trovato il coraggio di costruire una vita che mi somigliasse davvero.
Oggi quelle domande hanno lasciato spazio ad altre.
Sono domande che non hanno una risposta definitiva, e forse è proprio questo il loro valore. Ti costringono a fermarti ogni tanto, a guardarti dentro e a capire se la direzione che stai seguendo è ancora la tua.
Ho imparato che cambiare idea non significa perdersi
Una delle cose che mi ha richiesto più tempo è stata accettare che cambiare idea non è un segno di incoerenza. E io spesso cambio idea.
Per anni ho pensato che scegliere una strada significasse doverla percorrere fino in fondo, anche quando sentivo che non mi rappresentava più.
Poi mi sono accorta che le persone cambiano continuamente. Cambiano i sogni, le priorità, il modo di vedere il mondo. Sarebbe strano pretendere che le nostre scelte restassero identiche per sempre.
Ripenso alla persona che ero qualche anno fa e mi accorgo che aveva desideri molto diversi dai miei di oggi. E non provo nostalgia. Provo gratitudine.
Perché quella versione di me ha fatto le scelte migliori che poteva fare con gli strumenti che aveva in quel momento. È anche grazie a lei se oggi sono qui, con domande diverse e uno sguardo un po’ più gentile verso me stessa.
Le cose più belle non erano nei miei programmi
C’è un dettaglio che noto ogni volta che mi riguardo indietro.
Le esperienze che ricordo con più affetto non sono quasi mai quelle che avevo pianificato nei minimi particolari.
Sono i viaggi prenotati all’ultimo momento. Le conversazioni nate per caso. Le persone incontrate quando non le stavo cercando. Perfino alcuni cambiamenti che, all’inizio, avevo accolto con paura si sono rivelati fondamentali per diventare la persona che sono oggi.
È curioso.
Passo molto tempo a organizzare, pianificare e cercare di avere tutto sotto controllo. Fa parte del mio carattere e probabilmente sarà sempre così. Eppure la vita continua a ricordarmi, con una certa ironia, che le cose più importanti sfuggono quasi sempre ai programmi.
Forse è per questo che amo viaggiare. Ogni partenza mi ricorda che esiste sempre uno spazio da lasciare agli imprevisti. E spesso sono proprio loro a trasformare un viaggio in un ricordo.
Forse crescere significa fare pace con l'incertezza
Oggi non mi interessa più diventare quella persona che immaginavo da bambina, quella che aveva sempre la risposta giusta e sapeva esattamente cosa fare.
Mi piacerebbe, invece, continuare a coltivare la curiosità. A farmi domande senza viverle come un fallimento. Ad accettare che alcune risposte arriveranno tra un anno, altre tra dieci, e altre forse non arriveranno mai.
C’è qualcosa di incredibilmente liberatorio nel smettere di pretendere di avere tutto sotto controllo.
Perché è proprio in quello spazio, dove finiscono le certezze e inizia la possibilità di cambiare, che la vita riesce ancora a sorprenderci.
E, a pensarci bene, credo che sia questo il posto in cui voglio continuare a restare.